And here comes the second review of the first day of Soluzioni Semplici Festival at La Casa Del Jazz with Brunori SAS and Le Luci Della Centrale Elettrica. This time we have our frestyl reporter Giulia Trapuzzano telling us her experience of the show through words and pictures. Giulia says about herself “I’m a blogger who has nothing to say but finds a way to say it everywhere to everyone. A good tradition since 1990.” Pretty interesting, right?

Soluzioni Semplici Festival – Day 1: Brunori SAS & Le Luci Della Centrale Elettrica. Recensione e foto di Giulia Trapuzzano

Brunori, lo sappiamo, ha questa capacità innata di divertire e assieme commuovere. Quelli del Vol.2 sono ritratti teneri e disgraziati, ogni strofa è di una dolcezza crudele. Alterna a brani vecchi i più nuovi, intessendo una trama musicale fitta di rock’n’roll e nostalgici romanticismi. Il giovane Mario, passando per Lei, lui Firenze e alzando definitivamente la temperatura con Rosa. Seguono Tre capelli sul comò e Fra milioni di stelle. E poi richiami a tutto il meglio del Vol.1: Come stai, Paolo, Il pugile, Italian Dandy e soprattutto Guardia ’82 che si trasforma subito in un coro appassionato di frequentatori, più o meno giovani, di un po’ tutte le spiagge italiane di sempre.

Brunori è il dandy di ritorno da un viaggio nei ricordi, pronto a tuffarsi – animo galante e camicie improbabili – in una verità spietata, pungente ma al contempo deliziosa, carica di vita e compromessi, quotidianità e innocenti menzogne. E’ un live innamorato, giocoso, di squisita ironia e senza sbavature sonore.

Tra il pubblico personaggi pittoreschi gridano folle amore; in pausa tra un brano e l’altro si alza dalle voci un “Dario, amami!” e un infervorato “You’re crazy, boy!”, e poi bambini che ballano sul prato e ragazzi che timidamente cercano di avvicinarsi al palco ribellandosi alla “violenza delle sedie”, come l’ha definita Brunori stesso, tanto che in fine concerto il cantante fa alzare tutti risolvendo finalmente il conflitto. Per questo, l’azienda Brunori Sas è indiscutibilmente prima di tutto una grande famiglia che sa bene come comportarsi ai ritrovi con l’innumerevole parentado. Mani sul cuore a dire grazie e occhi che luccicano.

E se Brunori è amore, conforto, familiarità, Brondi è al limite del misticismo. Sotto al palco un’adunanza di ragazze emozionate mi dice: “Lo seguiamo da sempre, ovunque! E’ come se parlasse di noi in ogni canzone”.

I testi sono salmi scanditi a ritmo di disperazione, preghiere sgraziate per il popolo avvinto delle periferie industriali. Intorno a me volti commossi a cantare L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici, lacrime che irrigano le guance giovani durante le violente rievocazioni dei simboli di una generazione allo sbando. Per combattere l’acne, La gigantesca scritta Coop, Quando tornerai dall’estero e Cara catastrofe, i brani più suggestivi e coinvolgenti. Segue l’intensa Per respingerti in mare, che ha il sapore antico delle notti di Roma, e poi un omaggio, forse appena decontestualizzato, al maestro Battiato.

Probabilmente la location e l’arrangiamento più raffinato non sono congeniali al Brondi crudo e ruvido cui ero abituata – quello che tempo fa al Circolo degli Artisti, assieme a un grandioso Canali, urlava sopra allo stridore degli amplificatori violentati – ma il ragazzo si riconferma un piccolo dio trascinatore che porta in sacrificio la speranza di un futuro irrealizzabile ma sempre desiderato, quasi per sopravvivenza. Mira dritto allo sterno e in un attimo strilla una confessione unica, vivida e comune a tutti: echi dal suo intero repertorio assemblati in una nenia furiosa e senza pause. Si crea un’ampolla ipnotica il cui incantesimo è rotto solo dal nervoso incedere dello stesso Brondi che fa tremare le assi del palco.

Criticabile, discutibile, ripetitivo ma in grado sempre di toccare lì dove fa più male, di scuotere il ricordo di una realtà che aliena ma che ancora no, non anestetizza del tutto le sensazioni.

A fine concerto Brondi porta il silenzio. Si avvicina al pubblico per una chiusura senza microfoni. Per non spezzare l’attesa estatica un ragazzo mi chiede di fargli un po’ di spazio soffiandomi sul collo, senza parlare. L’atmosfera è quella di un tempio.

:: giulia